Agenzia Hawzah News – Mentre Hezbollah, la resistenza irachena e lo Yemen hanno aperto nuovi fronti contro Israele e gli Stati Uniti, in molti si interrogano sul mancato coinvolgimento diretto della resistenza palestinese nell’attuale confronto regionale. A offrire una chiave di lettura è il medico palestinese Mun‘im, che ricostruisce le ragioni di questa apparente assenza alla luce delle condizioni estremamente critiche in cui si trovano oggi Gaza e Cisgiordania.
Secondo Mun‘im, il primo punto da chiarire è che la resistenza palestinese non è rimasta ai margini della battaglia, ma ha già impiegato gran parte delle proprie capacità nello scontro aperto il 7 ottobre 2023. Nella Striscia di Gaza, dopo anni di assedio, aggressioni militari e isolamento, la resistenza era riuscita a costruire una capacità significativa, probabilmente il massimo possibile nelle condizioni date. Quella forza, osserva il medico palestinese, è stata poi impiegata nell’operazione del 7 ottobre e nella successiva fase del conflitto.
Il costo di quella battaglia è stato altissimo. Migliaia di combattenti palestinesi, insieme ai loro comandanti, sono caduti, mentre oltre 70 mila civili hanno perso la vita sotto i bombardamenti e gli attacchi israeliani. Per questo, sottolinea Mun‘im, non si può parlare di una Palestina assente dal conflitto: Gaza è già stata il fronte che ha pagato il prezzo più pesante.
Oggi la Striscia vive una situazione umanitaria drammatica. Le necessità essenziali non vengono soddisfatte in modo adeguato, l’assedio si è ulteriormente aggravato e la popolazione continua a vivere sotto attacco. In questo contesto, la resistenza non è scomparsa, ma si trova in una fase di riorganizzazione e ricostruzione delle proprie file e delle proprie capacità, mentre continua a subire attacchi quasi quotidiani. Secondo Mun‘im, proprio questa realtà rende estremamente difficile l’apertura di un nuovo fronte da Gaza in questa fase.
Diversa, ma non meno complessa, è la situazione della Cisgiordania. Qui la resistenza non ha mai potuto sviluppare una struttura paragonabile a quella di Gaza. La frammentazione territoriale, il controllo securitario israeliano, la dispersione sociale e le difficoltà nel far arrivare armi hanno fortemente limitato la formazione di una capacità armata stabile e organizzata.
Prima del 7 ottobre, in città come Jenin, Tulkarem e Nablus, erano emersi piccoli nuclei armati capaci di condurre operazioni tattiche efficaci. Tuttavia, dopo l’inizio della guerra contro Gaza, l’esercito israeliano ha intensificato le operazioni anche in Cisgiordania, smantellando in larga parte questi gruppi attraverso uccisioni mirate, arresti e campagne di repressione. Mun‘im precisa che alcune armi e forme di resistenza esistono ancora, ma che non vi sono oggi le condizioni per un impiego strategico ed efficace di queste risorse su vasta scala.
Per questo, molte delle operazioni che continuano a verificarsi in Cisgiordania assumono spesso la forma di azioni individuali o limitate, condotte con coltelli, armi artigianali o veicoli, segno di una volontà di resistenza che sopravvive nonostante l’enorme squilibrio di forze e la pressione costante dell’occupazione.
Il punto centrale del ragionamento di Mun‘im è che il popolo palestinese e la sua resistenza hanno già combattuto con tutto ciò che avevano a disposizione, pagando un costo umano, militare e sociale enorme. In questa prospettiva, la mancata partecipazione diretta della resistenza palestinese in questa fase non va letta come inattività o disimpegno, ma come il risultato di una valutazione realistica delle capacità residue, della situazione sul terreno e degli obiettivi strategici complessivi.
Secondo questa lettura, la resistenza palestinese entrerà in azione ogni volta che riterrà di poter infliggere un colpo realmente efficace al nemico, nel quadro dei propri obiettivi strategici e di quelli dell’Asse della Resistenza. Ma nelle condizioni attuali, soprattutto alla luce della devastazione di Gaza, un nuovo coinvolgimento diretto rischierebbe di produrre un costo ancora più pesante per il popolo palestinese e per l’intero fronte della resistenza.
Più che un’assenza, dunque, quella palestinese appare come la conseguenza diretta di una guerra già combattuta fino al limite, di una devastazione senza precedenti e della necessità di preservare ciò che resta della capacità di resistenza.
A cura di Mostafa Milani Amin

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